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8-09-2017

Editoriale a cura di Agnese Tamburrini

La costruzione di un immaginario dipende da molti fattori legati all’esperienza. Contribuiscono alla creazione di immagini la narrazione di miti, la documentazione storica, la pubblicità, la produzione letteraria, musicale e cinematografica e tutte, a prescindere da dove e quando si riceva una data informazione, influiscono sulla percezione del soggetto narrato e di cui si avrà considerazione fino all’arrivo di un nuovo stimolo o di un’esperienza diretta. Ognuno di noi fa affidamento su un bagaglio di immagini sostenute dalla nostra memoria che immediatamente permetta di inquadrare un luogo con le sue caratteristiche più note e i media responsabili possono essere infiniti.

Queste semplici osservazioni ci introducono a concetti complessi come la tipicità, il luogo comune, la tradizione e l’identità, termini presi in prestito dall’antropologia, che ci sono utili per parlare di un luogo e delle sue caratteristiche.

Napoli, una delle città più raccontate, rappresentate e interpretate al mondo continua a produrre immagini di natura così varia e discordante da sembrare, talvolta, inconciliabili. Questo dipende dai più vari fattori: la ricchissima storia che sostiene la città, la straordinarietà del paesaggio e dell’urbanistica, l’eterna fiducia nel mito, il legame indissolubile con il sacro e al contempo l’estrema praticità nel terreno, l’acquisizione e la perdita di una bellezza nel corso delle epoche e il sentimento di rivalsa che ne deriva e innumerevoli altri esempi.

Gli onnipresenti binomi che nascono da questa città, dalla sua cultura e la sua narrazione fanno sì che se ne parli soltanto da due punti di vista opposti, finendo per disegnare una città dai contorni confusi dalla moltitudine e paradossalmente impercettibili.

Citando Domenico Rea, «dire di aver visto una sola Napoli è una definizione sommaria. Correttamente si dovrebbe dire di aver visto le Napoli.»1

Come abbiamo detto, ad ogni definizione corrisponde il suo esatto contrario, per cui dobbiamo tener conto che, nonostante la città sia a conti fatti non rappresentabile, è riconoscibile dall’esterno e vittima del suo stesso brand.2

Il brand Napoli, ovvero lo spettacolo dello stereotipo, permette che una serie molto ampia di napoletanità appetibile per il mercato venga confezionata e venduta in diverse forme.

Napoli attrae molto gli italiani, lo hanno capito i produttori musicali, i fotografi, i registi, gli autori e gli editori.

Pubblicare un contenuto legato a questa città significa stimolare gli spettatori e i cittadini continuando ad aggiungere suggestioni alla già confusa conoscenza che si ha della stessa.

La frantumazione percettiva che ne deriva è uno spettro capace di avvolgere Napoli in ogni sua attività, compreso uno dei campi che per primi è responsabile della comunicazione di immagini, nonché di nostro ovvio interesse: quello dell’editoria e di tutte le figure professionali che ruotano intorno al mondo del libro.

 

In uno stato dell’editoria italiana in cui si confermano l’aumento delle pubblicazioni annue a fronte della diminuzione dei lettori, di cui la percentuale relativa al Mezzogiorno sempre al minimo, è interessante osservare come si comporti l’editoria napoletana in un momento in cui su Napoli si dice molto.

Gli amanti della città e del libro lamentano che l’editoria non riesca a tenere il passo con altri settori in gran fermento come il teatro, la musica, il cinema, lo spettacolo.

Rispetto alle grandi città del libro, Napoli non è predisposta ad accogliere eventi di piccola o grossa portata. Rispetto all’editoria nazionale, risulta uno dei tantissimi casi del meridione e del paese, in cui, per ovvie circostanze strutturali, non emerge nel settore e non è detto che sia tenuta a farlo. Secondo gli editori napoletani invece, l’editoria oscilla tra la rassegnazione che vede l’attività complessa – ma ancora più complessa perché al sud – e la foga di un rinascimento culturale che proponga questa città come polo per l’editoria nel Mezzogiorno. Osservandola dall’esterno, l’editoria a Napoli appare pigra e non si relaziona con le presenze locali e nazionali.

È tangibile una certa distanza tra gli editori di vecchia e nuova generazione, in una panoramica che vede da un lato la riproposizione delle tematiche sicure o a pagamento, la mancanza di investimento in immagine, di rinnovamento sia dal punto di vista di identità che di proposte grafiche; dall’altro una continua ricerca di migliore posizionamento nel settore, puntando molto sulle tematiche più scottanti legate al territorio – o a volte sfruttando il territorio stesso come attrattivo – e una maggiore attività in termini di promozione. Ognuno con la propria mission, ognuno favorevole al gioco di squadra, ognuno che, per svariati motivi, si tira indietro.

Poche le presenze nelle fiere, molte e ovvie le migrazioni di autori locali verso i forti e rassicuranti editori nazionali.

Di contro, assistiamo alla cieca spinta di rivalsa nella proposta di nuovi progetti volti alla rivalutazione dell’attività editoriale di questa città da mostrare agli occhi nazionali, spesso trascurando le basi. Dai temi esportati verso il paese, letti, criticati, ricercati e tradotti in cinema o serie televisive, allo spirito di iniziativa dell’editoria locale che prova a nascondere centinaia di tentativi interrotti sotto il tappeto, siamo in bilico tra il sentimento meridionalista e la sfiducia dettata dall’immobilismo.

«L’immobilità della società napoletana è un’immobilità che non include, non è ricettiva, ma tende soprattutto a escludere. Esclude il mondo di oggi con tutte le correnti e gli eventi che lo attraversano, lo rendono interessante e terribile, ed elude tutte le domande che ogni giorno ci pone.»3 ci ricorda Raffaele La Capria.

Nel frattempo, Napoli nelle sue produzioni continua a mostrarsi Napoli-centrica.

 

Con questa breve analisi di un caso specifico e inusuale, Fronteretro apre le sue porte al confronto sul tema dell’editoria in Italia. Abbiamo deciso di partire da una delle città più controverse e per questo interessanti del nostro paese per discutere di lettura dei territori attraverso il mondo editoriale in tutti i suoi aspetti e professioni.

1

Rea, Domenico. Città con multipli, in Pagine su Napoli a cura di Sandro Castronuovo, Napoli, Azienda autonoma di soggiorno cura e turismo 1995; raccolta degli articoli apparsi su Qui Napoli dal 1985 al 1990.

2

Il concetto di brand in questo caso indica la vendita di ciò che è ritenuto tipico e autoctono benché opportunamente falsato in una distorsione grandangolare.

La riflessione viene dal testo a cura di Luca Rossomando, Lo stato della città. Napoli e la sua area metropolitana. Monitor Edizioni, Napoli, 2016.

3

La Capria, Raffaele. L’occhio di Napoli. Arnoldo Mondadori, Milano, 1994.

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