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Il seguente dibattito si è svolto durante l’incontro “Parliamo di Libri” presso lo spazio Laterzagorà all’interno del teatro Bellini di Napoli in Aprile 2017 e ha visto la presentazione del libro Fuori catalogo: storie di libri e librerie di Rocco Pinto come un’ottima occasione per invitare molti editori napoletani a discutere dello stato del libro in città.

La riflessione parte dalla considerazione di una mancata risposta dell’editoria rispetto all’effervescenza degli altri ambiti culturali partenopei. La discussione si muove poi verso un interessante confronto con l’editoria nazionale e la messa in discussione della città in quanto Napoli-centrica.

In questo contesto, dopo una breve presentazione del libro, l’autore ascolta in disparte il dibattito, solo infine stimolerà gli editori coinvolti ad essere propositivi e favorevoli al fare squadra.

Tra gli interventi riportati quelli di Titti Marrone (TM), giornalista e moderatrice dell’incontro, l’editore Giuseppe Laterza (GL), gli editori napoletani Edgar Colonnese (EC), Raimondo Di Maio (RDM), Diego Guida (DG), Alessandro Polidoro (AP), il libraio Paolo Pisanti (PP) e l’autore Rocco Pinto (RP).

 

TM – Questa parte di Italia funziona egregiamente come luogo evocativo di suggestioni, produce scrittori, che finiscono in primi posti delle classifiche e danno luogo a visioni legate alla città, ma questi scrittori pubblicano con case editrici non napoletane. Per lo più, la maggior parte dei lettori delle storie napoletane, non sono lettori napoletani.

Tutto è molto difficile a Napoli, persino trovare i dati sulla lettura.

Grazie a un dato molto parziale pubblicato su Il Mattino non molti giorni fa, sappiamo appena che su 100 libri venduti in Italia, 22 si vendono a Milano, 16 a Roma, 2 a Napoli. Di per sé questo dato è abbastanza significativo di un mancato incontro tra questo processo creativo incredibile sprigionato dalla città e le attività dei lettori.

Che cosa è successo? Come mai, perché a partire dal 2012 fino al 2014, anno che ha visto la chiusura di un numero incredibile di librerie, sono andate all’aria imprese come Guida libreria/casa editrice/Saletta rossa? Qual è stato l’elemento reale che ha prodotto la crisi?

La chiusura di una libreria che vide la famosa vendita che tutti ricorderemo come uno degli avvenimenti più tristi di questa città: persone con le buste ikea che andavano con la stessa spensieratezza con cui si va a fare incetta di lampade in offerta speciale, a prendere al volo libri alla rinfusa dagli scaffali per la svendita. Questo ci rimanda ad un altro evento atroce del blitz in Piazza Dante con un dispiegamento di forze degno di un blitz anti-camorra. Con un altro colpo dato alla dimensione libro, che si riproponeva in modo ancora più cruenta. A Napoli ci sono state fin troppe occasioni di questo tipo e si sono snodate anche tra le biblioteche: quello dell’Istituto Italiano degli Studi Filosofici che ancora conserva il suo archivio nelle scatole a Caivano in attesa della famosa sistemazione a Santa Maria degli Angeli, a porta calda dell’emozione e del cordoglio a favor di telecamera per l’amore di Gerardo Marotta, ancora una volta ripromesso ma di cui già non se ne parla più.

Napoli determina stimola creativi di tutti i generi che confluiscono in altre vie e non riescono a produrre un’effervescenza anche a livello editoriale. Da cosa dipende? Forse il fare squadra, condividere esperienze.

 

GL – Ho un dubbio. Non mi convince totalmente il vostro discorso, se posso. Siccome penso che una discussione interessante sia fatta anche di conflitti, vorrei dirlo.

Non tutte le città italiane, che pure hanno tante energie, spiccano per i propri autori. Viceversa, Laterza è stata criticatissima negli anni perché non pubblicava abbastanza autori pugliesi. Non adesso, ma in passato abbiamo avuto critiche enormi. Questa cosa mi suscita sempre tanti dubbi. Penso che la cosa migliore sia sempre creare il confronto su cui costruire. Ci sono città come Milano che negli anni hanno prodotto una ricchezza straordinaria dal punto di vista editoriale per il numero di case editrici presenti, come anche Torino.

Affronterei il tema della rappresentazione che diamo di noi stessi. Se dovessi fare una comparazione tra Bari e Napoli, direi che Bari ha una situazione molto più semplice perché non ha alcun grande passato da rimpiangere. È tutto in guadagno. Capisco benissimo il problema che hanno i napoletani a Napoli, questa è una città talmente carica di storia, di energia, ha dato talmente tanto al mondo ed è stata così riconosciuta dal mondo…

Intanto, oggi questa città dovrebbe essere molto contenta della propria vivacità. La libreria Iocisto, i teatri, la musica. Nonostante tutto, questa città produce realtà come questo teatro Bellini, un teatro privato che propone una stagione di tutto rilievo pur non essendo una realtà assistita, quante città italiane ci riescono?

Mi chiedo e vi chiedo, a proposito del paradosso dei tanti autori napoletani, se invece non stiamo parlando di una ricchezza.

La metterei in un’altra maniera: quanti editori nazionali hanno ritenuto di investire in autori che portano nei libri anche la realtà di questa città? Questa è una grande vittoria di Napoli secondo me. Quanti altri lo fanno per città altrettanto importanti con grande storia, non so, Ferrara? Quanti autori ferraresi nella narrativa? Eppure Ferrara ha una storia straordinaria.

 

TM – A fronte di una creatività espressiva non c’è una creatività editoriale. Una solida editoria capace di tenere testa alla editoria nazionale. Perché?

 

EC – Non so rispondere. Noi paghiamo due sconti. Il primo – oggi è un po’ anche antipatico fare sempre gli stessi discorsi, molti di noi sono circa venticinque, trent’anni che dicono sempre le stesse cose con dinamiche diverse – se uno scrittore pubblica con un editore napoletano non riesce a superare il Garigliano. Se uno scrittore pubblica con un editore del Nord riesce ad ottenere una rilevanza nazionale.

Abbiamo anche superato momenti di depressione enormi, credo che oggi chi sia qui possa dire che in fondo ce l’abbiamo fatta. Quando Saviano ha avuto il suo successo, io e Diego Guida ci siamo divertiti a pensare che se lo avessimo pubblicato noi avremmo ottenuto massimo ottocento, mille copie. Credo che non sia un fatto dimensionale, però gli spunti che sono usciti da questo tavolo, visto che molti di noi cercano di portarli avanti da anni, sono quelli di fare fronte comune. Non voglio entrare nello specifico, ma certamente paghiamo molto lo sconto di una crisi che ci ha disgregato in questi anni. Paghiamo inoltre lo sconto della mancanza di riferimenti che per un periodo hanno tenuto un po’ alta l’attenzione su Napoli e sulla Campania. Mi riferisco a felici intenzioni come quelli di Liguori, Galassia Gutenberg e altre iniziative che mantenevano delle attenzioni positive su di noi. Dopodiché per una serie di motivi sempre legati al fatidico 2014, iniziando dal 2010, abbiamo avuto problemi enormi in città. Anche oggi c’è un grave problema, i librai che resistono sono molto pochi. Se abbiamo la sfortuna (o la fortuna) di essere editori distribuiti da Messaggerie, in Campania si vende pochissimo per un motivo molto semplice: quando non ci sono librerie correntiste di Messaggerie, i nostri libri non arrivano.

L’altro problema che stiamo scontando è un mercato che si è completamente trasformato in un vero e proprio oligopolio ormai. Gli spazi di indipendenza, gli spazi aperti non ci sono più per molte realtà indipendenti come le nostre. Abbiamo commesso degli errori in passato, cioè il fatto di non aver avuto la possibilità di strutturare media nazionali da questa città, Napoli è tagliata fuori da tutti i circuiti. Fatte tutte le dovute differenze, oggi abbiamo un solo distributore con una serie di problemi: le realtà indipendenti non reggono e le grandi catene che strutturano la vetrina, acquistano e propongono in vendita libri che vogliono loro. Leggiamo non ciò che vogliamo ma ciò che ci viene imposto di leggere.

 

TM – È stata citata la libreria Iocisto che è un esempio felice e positivo di una iniziativa che in una fase di generale difficoltà delle librerie, sembra invece godere di buona salute. Può essere un esempio fino ad un certo punto perché la libreria Iocisto si basa sul lavoro esclusivamente volontario, tranne la responsabilità di una sola persona che è Alberto della Sala, è una realtà in cui i soci prestano non poca fatica e impegno per una situazione che configura lo stare a galla ogni mese, ma più che una libreria questo è un esempio di community di lettori che organizza una serie di iniziative. Tutto grazie alle socie – dico socie perché c’è una maggioranza di volontarie donne – e diciamo la buona borghesia vomerese che in fin dei conti non è neanche molto riflessiva, sono persone normali che vogliono darsi da fare per promuovere un progetto. Ecco perché è una realtà vitalissima che funziona, quando c’è voglia di fare un incontro con un autore si propone e si invitano scrittori amati come Edoardo Albinati o Erri De Luca. Per certi versi è una realtà che non ha nessun rapporto con la catena di vendita abituale dei libri e che non ha neanche l’ambizione di stare al passo con i grandi store ma è proprio per questo che va avanti.

 

PP – Abbiamo delle difficoltà, vorrebbero essere pagati tutti con assegni postdatati ma facciamo i librai, non vendiamo blocchetti di assegni.

L’Italia ama la consegna di un libro in 6/12 ore, puntuale. Noi con Messaggerie impieghiamo tre giorni. Roma ne impiega due. Ricordo che Laterza, tanti anni fa, per promuovere un proprio libro ci regalò l’intero catalogo della casa editrice e si affermò in maniera incredibile.

Oggi non ci sono più depositi, gli editori vogliono solo vendere. Hanno pochissimi libri perché dandoli alle grandi catene per noi non rimane niente. Tutti vorrebbero le librerie sotto casa. Quando la libreria c’è, chiude e poi le persone vanno con le ceste per comprare i libri scontati che avrebbero potuto comprare prima. È una questione di cultura. Purtroppo devo dire che, stando nell’università da tanti anni, incontro una generazione che non so dove andrà a finire. Non sanno leggere, non sanno scrivere. Dovremmo secondo me partire da un altro tipo di discorso, quello di alfabetizzare di nuovo la gente, far capire che il libro non è da non comprare per il diritto allo studio, facendo le fotocopie.

A Napoli c’è un giro di affari della camorra di due milioni di euro sulle fotocopie e nessuno si muove. Devo dire che nelle ultime settimane qualcosa si è fatto ma a Napoli tutto quello che è illegalità è in mano alla camorra.

In città hanno chiuso duecento librerie negli ultimi dieci anni. È una cosa grave, devo dire.

 

TM – Sicuramente c’è questa condizione di crisi e di difficoltà delle librerie e delle case editrici. Ma a Napoli non si è mai riusciti a fare quello che si sta facendo a Roma, a Torino. Proprio per la situazione difficile, librai ed editori dovrebbero consorziarsi per poter andare avanti meglio e quindi poi immaginare una manifestazione come accade a Torino.

 

GL – C’è anche una rappresentazione che dobbiamo mettere a fuoco. Ho provato a scorrere le città italiane per editori. Al di fuori di Napoli, ad eccezione di Milano, non c’è questo sistema editoriale. Se noi prendiamo gli editori che hanno messo i libri nelle classifiche dei best seller degli ultimi trent’anni e recensiti dalle pagine dei culturali nazionali, ne troviamo uno, massimo due per ogni città capoluogo di regione.

Gli editori in Italia sono migliaia, ma se prendiamo quelli che fanno opinione a livelli nazionale, a Palermo non c’è nessuno oltre Sellerio. A Roma vengono in mente E/o, Fazi, Minimumfax, Donzelli. A Firenze c’è Giunti, chi altro?

Ci sono città come Trento che non hanno un editore comparabile con Einaudi. Attenzione anche ad una rappresentazione mitica per cui sembra che a Napoli ci sia il deserto mentre in Italia ci sia il pullulare di case editrici di rilievo.

 

RDM – Credo che quello che dice Titti sia molto vero e cioè a proposito della difficoltà degli editori locali, napoletani nello specifico, abbiamo delle difficoltà economiche forti legate alle capacità finanziarie. Si è fatta questa storia di Milano per un accentramento finanziario molto forte che determina la distribuzione dei libri e anche purtroppo la critica e le recensioni dei libri. Molto parte da Milano, a noi spetta una debolezza storicamente strutturale. In questa città, in questo momento.

 

GL – Sellerio come ha fatto?

 

RDM – Raccontiamo Sellerio, una grandissima storia che ci fa molto piacere per il Sud, come Laterza che ci onora, ma quando Sellerio va in crisi subentra Messaggerie, un distributore che non è un orco, ma accentra capitali finanziari con un gioco molto strano e sporco, vende libri in rete, ha le librerie, ha le ubik… questo problema molto serio lo ha determinato proprio il sistema di distribuzione.

Per il resto dobbiamo considerare un fenomeno che riguarda questo territorio come la terra dei poeti.

Napoli è un grande luogo di scrittori, in questo momento abbiamo Montesano, de Simone, De Giovanni, Saviano. Tutti prodotti napoletani, scrittori, poeti, artisti che si impongono al Nord ma vendono molto poco qui da noi perché nessuno ha il coraggio di darci fiducia.

Napoli più volte ha provato a fare dei consorzi, delle riunioni di lavoro intorno ai libri, all’opera dei libri.

 

GL – Laterza diventa Laterza quando l’editore si sposta a Napoli, non quando fa il giro degli autori baresi.

Quando quel signore esce dalla sua famiglia tutta concentrata su Bari, compie un gesto “nazionale” perché Napoli all’epoca era il centro della cultura.

Ragioniamo su un ambito più ampio. Abbiamo tutte le risorse per farlo.

Nel momento in cui Mondadori lancia Saviano in cinquemila copie, come piccolo editore mi mangio le mani per non averlo fatto prima. Magari Mondadori avrebbe preso ugualmente il testo di questo autore per farne un best seller, può darsi. Intanto, avrei potuto pubblicare il primo Saviano.

 

DG – Ogni momento di confronto e discussione deve portare ad un passo in più e stimolare noi operatori nel trovare delle ipotesi non solo di collaborazione ma anche di chiave di approccio al nostro mestiere.

Prima di tutto accuso i giornalisti. Questa è una quenelle soprattutto mediatica. Si parla con Lagioia che fa un’intervista su Repubblica, scrivo il giorno dopo con una lettera lunghissima e nessuna risposta. Altre interviste parlano delle stesse cattiverie contro i meridionali che non sono strutturati, che non hanno il coraggio di investire un milione di euro – ad avercelo un milione di euro…

Ci sono tante cose buone che facciamo nel napoletano, non è detto che debbano essere presentati per forza da autori napoletani. Perché ragioniamo sempre su un’editoria che faccia romanzi o narrativa? Su una editoria borbonica, che voglia solo autori autoctoni appartenenti al Regno delle due Sicilie? Ho molti autori stranieri. Non vendo assolutamente cinquemila copie, però si fanno quei numeri e quel lavorìo che ritengo essere la prima parte della missione dell’editore, che non è purtroppo quella di fare soldi, ma il piacere di costruire e di riuscire a dare un percorso culturale che pensa e che può diffondere.

Volendo recuperare il movimento di Galassia Gutenberg, ero arrivato ad un passo da avere duecentomila euro dalla regione Campania, una disponibilità della mostra d’oltremare e una data fissata per una fiera.

Quando ci siamo incontrati, in oltre trentadue editori, molti si sono impauriti nel dover pagare uno stand milleducento euro. Un costo troppo alto da sostenere e secondo cui la regione avrebbe dovuto investire di più.

In questo modo torniamo al lamento greco e alla pretesa dell’assistenzialismo a tutti i costi.

Forse l’autore napoletano si può affezionare di più alla sigla napoletana se vede che c’è un contesto, magari non ci sono le librerie ma un festival.

Durante il mio mandato di assessore alla cultura ho aperto cinque biblioteche, ne hanno chiuse tre due mesi dopo con il nuovo assessore alla cultura. Non per dire la responsabilità ai nuovi assessori ma il problema riguarda il sistema.

Chiudo con una comunicazione che ritengo interessante. Proprio per continuare a far parlare di Napoli con una fiera, abbiamo immaginato con Polidoro e Rogiosi la possibilità di riportare una fiera del libro. Abbiamo costituito un’associazione che senza scopo di lucro vuole lanciare un progetto culturale. Siamo in tre ma invitiamo ad unirvi per fare squadra.

 

AP – Le analisi sono chiare. È riduttivo parlare di Napoli e della editoria napoletana e campana quando ormai gli strumenti della comunicazioni e delle librerie virtuali superano in dimensioni ben oltre nazionali.

Una critica va sicuramente all’editoria napoletana. Forse dovremmo essere maggiormente stimolati a dare contenuti nelle nostre pubblicazioni, senza improvvisazioni.

Ci sono tanti autori napoletani che spendono il nome di Napoli pronti a correre a Roma e Milano. Cosa vogliamo fare per superare questo momento? Va bene il consorzio e il comitato di editori ma a tutti i livelli c’è bisogno di una governance istituzionale.

Secondo me è venuto il momento, posto l’interesse di questo incontro, di mettere insieme le nostre risorse.

Nel mondo dell’editoria gravitano anche le nuove professioni: ci sono tantissimi giovani che leggono e correggono, che scrivono, che si occupano della comunicazione e delle relazioni, noi dovremmo puntare su questo. L’analisi è chiara. È necessaria una governance di tutti noi e anzi vi invito ad unirvi, unitevi a noi, non che noi facciamo i capofila di qualcosa, iniziamo noi tre ma domani saremo di più.

 

RP – È tanti anni che faccio questo mestiere e mi piace essere propositivo. A Torino non c’è l’etere.

Hanno chiuso moltissime librerie anche a Torino e a Firenze, ovunque. Usciamo dagli orticelli. Noi cosa facciamo a Napoli? Dico Noi perché mi sento napoletano come voi. Costruiamo nonostante le difficoltà. Cambiamo l’approccio e vediamo cosa possiamo fare in meglio.

 

GL – Mi chiedo e vi chiedo, a un popolo considerato individualista, è un problema di Napoli l’editoria mancante? Secondo me non è questo il tema, Rocco Pinto ha fatto determinate cose perché è portatore di una cultura e di una mentalità per cui ha sposato una forma di solidarismo volontaristico – non a caso lavora con Don Ciotti – lavorando con una grande capacità di impresa, di rischio e di costanza. La costanza nel tempo. Non parlo di Rocco nello specifico, ma secondo me questo è un tema importante. Non vedo perché dovremmo sempre spiegarci con la napoletanità e la baresità. Non sono convinto che Laterza sia un merito di Bari, anche, ma non principalmente. Una città come Napoli, profondamente cosmopolita, potrebbe guardare oltre se stessa.

 

RP – Cerchiamo di essere tutti propositivi. Tutti abbiamo avuto problemi. Come ne usciamo da una situazione in cui crescono i festival e diminuiscono i lettori? Lo sforzo a Torino è stato quello di ragionare tutti insieme sulla promozione della lettura. Ognuno fa quel poco che può ma niente può essere fatto da soli. Da soli non si va da nessuna parte e si va a sbattere.

 

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